La finanza islamica potrebbe diventare una valida alternativa a quella tradizionale, ovvero occidentale, che con il crollo delle borse di questi giorni e la crisi dei mutui subprime negli Usa sta evidenziando le sue crepe.
Ne e’ convinta Loretta Napoleoni, tra i massimi esperti mondiali di terrorismo ed economia internazionale, che ad AKI – ADNKRONOS INTERNATIONAL spiega come l’economia globalizzata del nostro secolo sia, in realta’, una ‘Economia canaglia’.
Ed e’ proprio questo il titolo del suo ultimo libro edito da Il Saggiatore, frutto di due anni di ricerche: nella sua analisi la responsabilita’ dell’allarme recessione a cui stiamo assistendo e’ additata a una corruzione dilagante, una politica zoppa, una speculazione che controlla il mercato moltiplicando gli effetti economici al rialzo.

Un ”processo penoso”, come lo definisce la Napoleoni, ”ma necessario per trovare un nuovo equilibrio”. E’ un equilibrio che, ritiene l’economista, si potrebbe raggiungere proprio grazie alla finanzia islamica. Rompendo, insomma, quel parallelismo tutto occidentale fra economia islamica e terrorismo e, al contrario, adottando la finanza secondo il Corano per salvare la nostra economia. ”La finanza islamica e’ il settore piu’ dinamico della finanza globale – ci spiega la Napoleoni – e’ innovativa, flessibile e potenzialmente molto redditizia”, anche perche’ ”ci sono piu’ di un miliardo di musulmani al mondo” e quindi di potenziali clienti.

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La francese Bnp Paribas ha da poco messo sul mercato un fondo che rispetta i principi della Sharia e quindi non investe in società che sono in qualche modo legate al business dell’alcol. O alle armi. Oppure al gioco d’azzardo. Non investono nemmeno in società che si occupano di ingegneria genetica. Niente maiali, società fortemente indebitate o tabacco. Circa 1 miliardo e mezzo i musulmani nel mondo: un bacino di potenziali investitori che fanno gola a molti.

Un quadro realistico del mercato dei capitali di fede islamica lo ha tracciato Magdi Allam, noto giornalista columnist del Corriere della Sera, che in un recente articolo ha spiegatp come i soldi del golfo stiano conquistando la City per nulla rinunciando agli interessi. “La banca islamica più grande al mondo? È l’americana Citibank. Il centro della finanza islamica mondiale? È la City di Londra. Fare affari nel nome di Allah attira i più prestigiosi istituti di credito occidentali: dall’inglese Hsbc alla Deutsche Bank, dalle francesi Société Générale e Bnp Paribas all’olandese Abn Amro. Si tratta complessivamente di una torta di 200 miliardi di dollari, la cui materia prima si trova principalmente nei ricchi Paesi arabi del Golfo,ma i cui beneficiari risiedono spesso laddove non regna la legge islamica.

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il governatore della banca centrale del Barhain Rasheed Al Maraj, intervenuto al summit dedicato alla finanza islamica organizzato a Manama, capitale dello stato arabo, dall’agenzia Reuters. Nel 2008, il valore di bond e prestiti compatibili con i dettami del Corano sarà di circa 5 miliardi di dollari, secondo una stima dell’istituto del Barhain Abcb.bh. Diversi analisti prevedono che nel 2010 il giro d’affari toccherà il trilione di dollari, crescendo ogni anno del 15%. Un business che non è stato compromesso, se non marginalmente, dalla crisi dei mutui subprime.

Il business della finanza islamica non è stato toccato dalla tempesta subprime. Anzi, la crisi del credito potrebbe favorire l’espansione dei prodotti finanziari compatibili con le leggi islamiche anche al di fuori dei mercati asiatici e dei Paesi del Golfo. La nostra religione vieta i prestiti basati sull’interesse o la commercializzazione dei debiti, ogni prodotto finanziario deve essere trasparente e in tutto e per tutto compatibile con i dettami del Corano

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