C’è voluta un’intera giornata di negoziati e poi, nel cuore della notte tra lunedì e martedì a Lussemburgo i 27 ministri del Welfare Ue, tra cui il nostro ministro Maurizio Sacconi, sono riusciti a varare il compromesso sull’orario di lavoro fissandolo a 48 ore settimanali a meno che lo stesso lavoratore dipendente decida di andare oltre e in questo caso potrà raggiungere le 60/65 ore settimanali.

Insomma è stato raggiunto un accordo molto elastico, che lascia ampie possibilità di deroghe agli Stati dell’Unione Europea, sull’orario di lavoro la nuova legislazione rivede la direttiva del 1993 dove il limite era già fissato sulle48 ore settimanali ma alcuni Stati, e in particolare modo l’Inghilterra, avevano ampie possibilità di deroghe denominate "opt out", così le aziende facevano firmare ai nuovi assunti una liberatora che li esulava dagli obblighi della direttiva, premesso che questa possibilità rimane ancora in auge, ma il lavoratore non potrà più firmare l’"opt out" nel primo mese di impiego, né potrà essere discriminato se si rifiuta di farlo.

Questo accordo ha i suoi punti positivi e negativi ma che sono, a mio parere, a vantaggio per le aziende, mentre per i lavoratori cambia poco, forse nulla. In ogni modo io sono per le classiche 40 ore settimanali pari a 8 ore al giorno dal lunedì al venerdì, straordinari esclusi e basta.

Un faticoso compromesso tra i 27 Paesi dell’Unione europea ha permesso di dare il via libera a Lussemburgo alla direttiva sull’orario di lavoro, dopo anni di tentativi falliti. Ora la battaglia, tuttavia, sembra spostarsi al Parlamento europeo, dopo le critiche già avanzate dai sindacati che hanno giudicato la norma «inaccettabile», e le riserve dei partiti della sinistra. L’intesa lascia il limite massimo di lavoro settimanale a 48 ore a meno che lo stesso lavoratore scelga altrimenti (opt out). In questo caso, comunque, la durata massima del lavoro settimanale potrà raggiungere le 60 o al massimo 65 ore.

Via corriere

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