Soddisfazione professionale? Un miraggio…
Solo un italiano su due è soddisfatto del proprio impiego, gli altri sono «decisamente insoddisfatti» o «indifferenti».
Questo disagio non deriva dallo stipendio percepito ma dal fatto di essere occupati in un ruolo o in un settore non gradito, differente rispetto a quello per il quale abbiamo studiato e ci siamo preparati.
Risulta dall’indagine svolta on line su un campione di lavoratori tra i 27 e 45 anni nel periodo 1 ottobre 2007 - 1 febbraio 2008 da Intermedia Selection e da Talent Manager, società che si occupano di ricerca di middle management e di selezione on line, e resa nota da Panorama.
L’indagine rivela quello che sapevamo no? Quanti di noi provano infatti questo disagio professionale? Il “buco” tra le nostre aspettative e la realtà del ruolo in azienda si dilata.
Nel 75 per cento dei casi gli intervitati lascerebbero al volo l’azienda per cercare opportunità più in linea con la loro formazione, anche accettando compromessi su sede di lavoro (50%), incentivi e benefit (17%) e stipendio (15%).
Si parla di “deragliamento professionale”, un costo in termini di appesantimento nella valorizzazione delle risorse umane
A quale occupazione ambivano i connazionali intervistati?
Marketing e la comunicazione (21%), finanza (14%), ingegneria e project management (12%) e ricerca (9%), commerciale (7%). Al contrario ecco dove sono finiti costoro: 17% nell’area commerciale e vendite, in quella amministrativa (15%), nel marketing, nelle pr e nella comunicazione solo l’11% del campione, solo il 3% nella ricerca.
E in termini di carriera?
La delusione è forte anche se si considera la carriera. Oltre il 56% è inquadrato come impiegato e appena il 5% ha ottenuto la dirigenza, mentre considerando l’anzianità di lavoro attuale il 46 per cento si sarebbe aspettato di essere almeno quadro e il 18 per cento dirigente. Insomma, l’immagine che appare è quella di un paese ingessato, dove seguire il proprio talento e scalare i gradini del successo è particolarmente difficile. Così molti vorrebbero dare una svolta alla propria vita lavorativa, ma sono convinti di essersi infilati in una «trappola» da cui è difficile uscire: il 53 per cento ritiene infatti «possibile ma molto complesso cambiare settore» e il 6 addirittura impossibile. (via Panorama)
Quindi, in tempi di crisi si prende quel che c’è e ricollocarsi è dura, soprattutto se si resta troppo a lungo nel posto sbagliato. Infatti, demotivazione a parte, si corre il rischio di non acquisire gli skills necessari, sia quelli specialistici, sia quelli relativi alla conoscenza trasversale in più materie e alla capacità di interpretare più ruoli, come è ad esempio per gli ex consulente, che sono considerati proprio per la loro elasticità mentale grazie alla quale si ritiene che possa portare idee nuove.
Un’ultima considerazione. Il settore commerciale, svilito dalla concezione di mera vendita, in realtà può dettare la via per arrivarea cariche dirigenziali strategiche proprio per la conoscenza del mercato che può dare. Il marketing, invece, funzione di cui si dotano solo aziende di medio grandi dimensioni in genere, specie nelle multinazionali estere che tengono la funzione strategica nella casa madre all’estero. Salvo che non si riesca ad entrare nelle rare multinazionali italiane come Barilla, Luxottica, Fiat, Pirelli.
Ma quanti posti ci sono qui?




July 8th, 2008 at 9:21 am
Secondo me c’è anche un altro punto da osservare. L’anno scorso mi sono dato da fare per “arrotondare” un po’. Ho fatto delle collaborazioni straordinarie e al 730 mi hanno “dissanguato” di tasse. Senza contare il cambio lavoro, che anche quello ha influito sulla tassazione. Insomma ho perso 1-2 mesi di stipendio.
E dopo pretendono che la gente si faccia il mazzo e non faccia nero?
July 8th, 2008 at 9:36 am
Discorso articolatissimo e non se ne viene fuori. Resta il fatto che le aspirazioni professionali sono sempre più frustrate