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Soddisfazione professionale? Un miraggio…

Tuesday, July 8th, 2008

Solo un italiano su due è soddisfatto del proprio impiego, gli altri sono «decisamente insoddisfatti» o «indifferenti».
Questo disagio non deriva dallo stipendio percepito ma dal fatto di essere occupati in un ruolo o in un settore non gradito, differente rispetto a quello per il quale abbiamo studiato e ci siamo preparati.
Risulta dall’indagine svolta on line su un campione di lavoratori tra i 27 e 45 anni nel periodo 1 ottobre 2007 - 1 febbraio 2008 da Intermedia Selection e da Talent Manager, società che si occupano di ricerca di middle management e di selezione on line, e resa nota da Panorama.
L’indagine rivela quello che sapevamo no? Quanti di noi provano infatti questo disagio professionale? Il “buco” tra le nostre aspettative e la realtà del ruolo in azienda si dilata.
Nel 75 per cento dei casi gli intervitati lascerebbero al volo l’azienda per cercare opportunità più in linea con la loro formazione, anche accettando compromessi su sede di lavoro (50%), incentivi e benefit (17%) e stipendio (15%).
Si parla di “deragliamento professionale”, un costo in termini di appesantimento nella valorizzazione delle risorse umane
A quale occupazione ambivano i connazionali intervistati?
Marketing e la comunicazione (21%), finanza (14%), ingegneria e project management (12%) e ricerca (9%), commerciale (7%). Al contrario ecco dove sono finiti costoro: 17% nell’area commerciale e vendite, in quella amministrativa (15%), nel marketing, nelle pr e nella comunicazione solo l’11% del campione, solo il 3% nella ricerca.

E in termini di carriera?

La delusione è forte anche se si considera la carriera. Oltre il 56% è inquadrato come impiegato e appena il 5% ha ottenuto la dirigenza, mentre considerando l’anzianità di lavoro attuale il 46 per cento si sarebbe aspettato di essere almeno quadro e il 18 per cento dirigente. Insomma, l’immagine che appare è quella di un paese ingessato, dove seguire il proprio talento e scalare i gradini del successo è particolarmente difficile. Così molti vorrebbero dare una svolta alla propria vita lavorativa, ma sono convinti di essersi infilati in una «trappola» da cui è difficile uscire: il 53 per cento ritiene infatti «possibile ma molto complesso cambiare settore» e il 6 addirittura impossibile. (via Panorama)

Quindi, in tempi di crisi si prende quel che c’è e ricollocarsi è dura, soprattutto se si resta troppo a lungo nel posto sbagliato. Infatti, demotivazione a parte, si corre il rischio di non acquisire gli skills necessari, sia quelli specialistici, sia quelli relativi alla conoscenza trasversale in più materie e alla capacità di interpretare più ruoli, come è ad esempio per gli ex consulente, che sono considerati proprio per la loro elasticità mentale grazie alla quale si ritiene che possa portare idee nuove.

Un’ultima considerazione. Il settore commerciale, svilito dalla concezione di mera vendita, in realtà può dettare la via per arrivarea cariche dirigenziali strategiche proprio per la conoscenza del mercato che può dare. Il marketing, invece, funzione di cui si dotano solo aziende di medio grandi dimensioni in genere, specie nelle multinazionali estere che tengono la funzione strategica nella casa madre all’estero. Salvo che non si riesca ad entrare nelle rare multinazionali italiane come Barilla, Luxottica, Fiat, Pirelli.
Ma quanti posti ci sono qui?

Formazione in azienda: arriveremo mai a livelli decenti?

Wednesday, February 27th, 2008


La formazione e la ricerca e sviluppo sono, o quantomeno dovrebbero essere, i pilastri di un’azienda che intenda mirare allo sviluppo sul medio lungo termine.

Le aziende italiane si stanno muovendo in questa ottica, sopratutto negli ultimi anni, ma non ancora abbastanza, purtroppo in media la capacità di investimento risulta ancora troppo bassa.

Da un recente studio realizzato proprio su questa tematica da Adecco e dall’Istituo Iard, vediamo che una bassa percentuale delle aziende interpellate (circa il 26%) ha realizzato corsi di formazione negli ultimi 12 mesi, di queste poi circa il 70% ha investito solo il 5% del fatturato. Questi numeri sono bassi, e dimostrano una problematica forte a livello italiano sulla tematica della formazione, aziende che non formano i propri dipendenti sono aziende che rischiano in un futuro anche troppo prossimo di restare indietro rispetto ai competitor stranieri.

La problematica principale che le aziende riferiscono è, però, la poca formazione esterna della forza lavoro, i neo laureati ad esempio risultano quasi inidonei al lavoro, una volta terminata l’Univarsità, per non parlare dei diplomati.

La via maestra da percorre è quella di un mix di formazione esterna (cosiddetta pubblica) e formazione interna alle aziende. Ingenti investimenti devono necessariamente essere fatti se si vuole un’Italia competitiva a livello europeo e mondiale, altrimenti si rischia di essere surclassati dai paesi dell’Est Europa e dell’Asia che sotto questo profilo risultano essere molto combattivi e preparati.