Correva l’anno 1969 quando Lucio Battisti, ricordato proprio in questi giorni per i 10 anni dalla sua morte, cantava Un’avventura, un successo fantastico. Correva l’anno 2008, mese di settembre, quando ha avuto il via l’ennesima isola dei Famosi. Uno dei tanti format per lanciare nuovi personaggi ma soprattutto che disperatamente cercano di fare da paracadute / lanciarazzi a personaggi che ormai non hanno più nulla da dire, o che la gente non vuole più ascoltare.
Da tutte le critiche però ne è sempre uscita praticamente indegna la neo-regina della RAI, Simona Ventura. Ma diversamente da Un’avventura, il per sempre forse non esiste. E a un certo punto l’ascia affilata di Aldo Grasso arriva sulla testa della super show girl onnipotente e onniscente senza alcun timore, in pieno stile Corriere della Sera.
Riporto solo alcuni brani, ma l’articolo veramente merita.
Simona Ventura ormai è qualcosa di più e qualcosa di meno di una presentatrice
E ancora…
una sorta di agenzia umana di lavoro interinale. Con tre trasmissioni a disposizione sistema tutti: il figlio dei Pooh e Morgan, ex famosi e sfigati storici, Mara Venier e Luca Giurato, parenti dei concorrenti e parenti serpenti; ripesca Massimo Caputi per la domenica e un bidello che ha studiato con Umberto Eco per il lunedì; convince Michi Gioia a uscire dai suoi divani & salotti e Antonio Cabrini dalla leggenda (che subito si abbandona a un patetico sfogo contro la Casta che domina il calcio). Per Vladimir Luxuria crediamo non abbia avuto difficoltà.
Non bastando:
perso l’antica autoironia che le riconoscevamo, si veste e agisce come una Vanna Marchi rivisitata da Briatore, è diventata una cinicona [...] della sociologia con i poveri cristi in cerca di fama
A questo punto non aggiungo altro. Forse i reality hanno rotto le palle. Specie se i non famosi, sono sempre più famosi e “predestinati” e i famosi sono elementi di recupero.
«La nostra strategia è chiara, precisa e lineare: consolidare la leadership nella televisione generalista, sviluppare un’offerta multicanale tramite una struttura multipiattaforma e potenziare le posizioni di forza conquistate sul mercato dei contenuti»
Fedele Confalonieri
Mediaset ad oggi appare una delle aziende più solide e con maggiore prospettiva di sviluppo per il futuro. Le implicazioni politiche delle elezioni del 2008 lasciano intravedere ulteriori sviluppi in crescita nei prossimi cinque anni.
Nell’ultimo periodo Mediaset ha acquistato Endemol, Medusa Film e Taodue diventando uno dei principali produttori di contenuti al mondo. Una realtà attiva in oltre 25 Paesi (fra cui Spagna, Germania, Regno Unito, Austria, Paesi Bassi, Belgio, Norvegia, Svezia, Danimarca, Ungheria e Romania) e destinata a registrare sviluppi significativi come si evidenzia anche dai risultati attesi per questo 2008, che per Endemol si dovrebbe chiudere con ricavi a 1,3 miliardi e un Ebitda in crescita a due cifre a circa 230 milioni.
Risultati di grande soddisfazione, realizzati con il contributo di pressoché tutte le aree operative, a partire da quella raccolta pubblicitaria che ha evidenze importanti anche in questo primo scorcio del 2008. L’esercizio in corso, puntualizza Giuliano Adreani, amministratore delegato di Mediaset dal 1996 e capo di Publitalia, la concessionaria del gruppo, «è iniziato bene e nel primo bimestre abbiamo conseguito un progresso del 5 per cento; performance poi scesa a circa il 3% a fine marzo poiché il primo trimestre è stato influenzato dalle festività di Pasqua». Flessione recuperata ad aprile, anche per i motivi opposti.
Da segnalare i recenti investimenti in Cina, dove ha aperto una Joint Venture con una società cinese per la trasmissione di eventi sportivi, e l’acquisto da parte della controllata Telecinco di una partecipazione azionaria (del 28%) di un’emittente caraibica.
Gli investimenti suddetti non sono troppo rilevanti, ma rendono comunque l’idea di una società in sviluppo e che mira a crearsi una crescita strutturale rilevante.
Stamane vengo stimolato da un articolo dell’amico SpippolAzione in riferimento al canone RAI e alla precisazione dell’ufficio delle Entrate. Nel blog viene sottolineata una precisazione del Ministero sul canone RAI:
per affermare che l’obbligo di corrispondere il canone di abbonamento, la cui natura giuridica è quella dell’imposta, si fonda sulla detenzione dell’apparecchio e prescinde dalla volontà del detentore di fruire della ricezione delle audizioni o dall’esistenza di uno specifico rapporto contrattuale
Ma a questo punto mi chiedo: se siamo obbligati a pagare il canone RAI al momento in cui deteniamo un apparecchio audio-visivo, perchè dobbiamo (in quanto diretti contribuenti della TV di Stato) pagare ulteriori soldi perchè la RAI faccia pubblicità al canone e gli abbonati?
Quanto costa la produzione di tale pubblicità?
Quanto costano quegli spazi pubblicitari rubati alla stessa “forza vendita” per pubblicizzare un Non-Prodotto, in quanto corrispondente a una imposta obbligatoria?
Negli ultimi anni è sempre stato un testa a testa tra il regno pubblicitario di internet e quello dei media tradizionali. Ora pare che il sorpasso sia avvenuto, o almeno così parlano le previsioni fatte dalla società GroupM e riportate da La Stampa.
“secondo le previsioni sugli investimenti nel settore pubblicitario per il 2008, il canale Internet dovrebbe detenere il primato, con un incremento pari a circa il 6 per cento in più rispetto allo scorso anno”
via LASTAMPA.it
Contiamo che l’incremento degli altri media (tv, radio, stampa) si attesta attorno al 1.5%!
Quali le ragioni di questo movimento?
Da un punto di vista tecnico sicuramente la qualità reportistica del “mezzo” internet. I giornali vanno valutati in base alla tiratura e agli abbonamenti, tv e radio in base ai dati auditel (sempre meno di riferimento) su rilevamenti a campione.
Online tutto è tracciabile, compresa la localizzazione degli utenti che accedono ad un sito. Milioni e milioni di dati che ogni giorno sono a disposizione dei reparti marketing per ottimizzare contenuti e campagne pubblicitarie. Senza contare poi la facilità con cui si raccolgono informazioni e si profilano utenti creando banche dati di indirizzi mail (e non solo) targettizzate e precise.
Altro dato sicuramente importante è però la crescita vertiginosa del popolo internet, anche in Italia. Lo attesta una ricerca della School of Management del Politecnico di Milano e della Nielsen:
secondo la quale il 54 per cento degli Italiani (27 milioni di individui dai 14 anni in su) ormai al piccolo schermo preferisce di gran lunga il web
via Repubblica
I motivi? La quantità e la qualità dei contenuti sempre disponibili e la decandenza della televisione italiana.
Un trend positivo importante, specie se affiancato al fatto che l’Italia a livello di comunicazioni è tra gli ultimi paesi d’Europa!
la Commissione Europea argomenta invece che il tasso di penetrazione della banda larga nel nostro paese è inferiore alla media comunitaria