Una delle domande fondamentali che gli analisti si sono posti dopo lo scoppio della Facebook-mania – ma, senz’altro, anche in precedenza è: “Di quali ricavi vivono i social network, una volta raggiunto un gran numero di utenti?”.

Sorprendentemente, i principali revenue stream di queste piattaforme entrate nella nostra vita quotidiana continuano ad essere – nel 77% del campione – quelli tradizionali del sostentamento mediante ricavi della pubblicità, quando invece soltanto il 10% di essi sta sperimentando forme alternative.

Con community virtuali sempre più ampie e strutturate, occorre porre sotto la lente analitica se l’esplosione dei social network sia un fenomeno di inseguimento di un trend, o se imprese e professionisti delle strategie di comunicazione siano effettivamente consapevoli  del mezzo che utilizzano.

Facebook, Twitter, Linkedin, Foursquare, QQ (il social più comune in Cina), MySpace: i nomi del social networking sono tanti, e offrono tutti servizi gratis per gli utenti. Ma lo sviluppo delle loro piattaforme implica investimenti di natura tecnologica e, parallelamente, esborsi di denaro. Da parte di molti il modello “freemium” – costituito dall’offrire contenuti e servizi gratuiti agli utenti – è oggi considerato come la variabile imprescindibile del successo di una startup. In un secondo momento, invece, si potranno introdurre le funzioni premium, a pagamento.

Ma nel frattempo? Pochi social network attuali generano ricavi, poiché spesso si qualificano come spazi creati da e per giovani, con valori d’uso dai contorni vaghi. La principale revenue, per gran parte di queste piattaforme, appare così ancora la vendita di spazi a inserzionisti o di informazioni sull’utenza – quelle che quest’ultima permette di divulgare, ovviamente – a terzi, in modo da facilitare il marketing alle grandi aziende partner.

Tra le peculiarità di maggiore innovazione, viceversa, in alcuni social network si registra un modello di business per così dire autonomo, ove i membri hanno il ruolo tanto di fornitori quanto di consumatori di web content, ribaltando il tradizionale assunto della condivisione. In questi scenari l’utenza procede al testing di prodotti e fornisce feedback finalizzati al loro miglioramento, in una dinamica in passato definita “economia delle esperienze”.

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