Coloro che avevano considerato l’avvento del governo Monti sufficiente a far tornare a livelli discreti i valori di rendimenti e spread dei titoli di Stato, in queste settimane hanno dovuto rivedere significativamente le proprie posizioni: dopo un periodo iniziale di tre mesi abbastanza benauguranti per gli asset di rischio  – a cominciare dai titoli di Stato di Italia e Spagna, anche per le policy delle principali banche delle due nazioni, di ovvia sensibilità verso queste quotazioni – e dopo aver chiuso un recupero di parte del “segno meno” fatto registrare l’anno precedente, gli investitori di carattere istituzionale paiono essersi orientati ad incassare plusvalenze che, altrimenti, le condizioni economiche avrebbero reso di difficile ottenimento.

A complicare ulteriormente lo scenario ci sono le aste dei titoli di Stato, in calendario in queste settimane sui mercati finanziari di Italia e Spagna, e il mancato intervento della Banca Centrale Europea per un’eventuale limite di compravendita dei suddetti titoli.

In questo panorama, quando anche le scadenze brevi non risentiranno di particolari problemi – addirittura la Grecia ed il Portogallo proseguono con l’emissione di carta a scadenza trimestrale e semestrale, con domanda rimasta sostanzialmente stabile – coloro che sono più interessati alle scadenze che raggiungono e valicano i tre anni (ovvero il periodo contemplato dalla Bce nei suoi interventi di iniezioni di liquidità avvenuti tra dicembre e febbraio) farebbero meglio a utilizzare una certa prudenza.

Per quanto il Ministero del Tesoro, dall’inizio dell’anno ad oggi, abbia collocato 175 miliardi di euro divisi in Bot e Btp, coprendo una soddisfacente percentuale del 40% della raccolta annuale attesa per il 2012, entro fine anno rimane comunque l’obbligo di emissione di un minimo di altri 275 miliardi di euro in titoli.

Continua la tua lettura