La modifica dell’articolo 18, oggetto della prossima discussa riforma del mercato del lavoro messa in atto dall’esecutivo di Mario Monti, è solo uno degli argomenti “caldi” della manovra di questo inizio di stagione. Il suddetto articolo dello Statuto dei lavoratori – come sappiamo – rappresenta la norma che disciplina le regole di licenziamento dei lavoratori e quelle inerenti ai reintegri nei posti di lavoro.

Detto questo, prima di dichiararsi favorevoli o contrari al decreto, è opportuno analizzare nel dettaglio come l’attuale Governo intende agire. Alcuni dei punti cardine della manovra, per ciò che riguarda i licenziamenti, sono l’obbligo di reintegro sul posto di lavoro in presenza di “cause discriminatorie” comprovate, anche nelle aziende con meno di 15 dipendenti e, viceversa, il solo ricorso a un indennizzo per licenziamento illecito dovuto alla crisi. Sui motivi disciplinari — invece— avrà l’ultima parola il giudice.

Gli ammortizzatori sociali – che faranno la loro comparsa nel 2017 – vedranno l’arrivo dell’Aspi, che di fatto rimpiazzerà la mobilità e il vecchio assegno di disoccupazione. Il contratto a tempo determinato sarà più costoso per le aziende e i precari, dopo tre anni di collaborazione, vedranno il proprio ruolo stabilizzato da un contratto a tempo indeterminato.

Me le novità non finiscono qui: in merito alle partite Iva, nei casi di prestazione di durata superiore a sei mesi a vantaggio di uno stesso committente, essa  non potrà più essere definita “occasionale”. La riforma, inoltre, segna anche il ritorno del divieto di dimissioni in bianco e sperimenta la formula dei congedi di paternità obbligatori.

«Il contratto di lavoro a tempo indeterminato domina sugli altri» ha dichiarato il ministro Elsa Fornero. Tuttavia, considerando che — a fronte dei dati Unioncamere — in futuro solamente il 56,3% delle assunzioni vedrà l’utilizzo di questa formula, viene naturale pensare che la riforma sia maggiormente rivolta ai contratti dei precari.

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